Eppure, le aree interne rappresentano un patrimonio di risorse, cultura e identità, e sono custodi di biodiversità, tradizioni, comunità coese e potenzialità inespresse. Se, quindi, vogliamo rilanciare il Paese, dobbiamo ripartire dalle nostre aree interne. Se il declino demografico e la perdita di servizi sono fenomeni reali e costanti, il futuro dei nostri territori è ancora tutto da scrivere. Lavoro, sanità, scuola e mobilità sono gli elementi su cui investire per invertire la tendenza all’abbandono delle nostre aree.
I segnali di inversione di tendenza fortunatamente non mancano, con i piccoli comuni che provano a rigenerare i propri territori, con imprenditori e imprenditrici che, con tenacia, riscoprono colture ormai dimenticate, reti civiche tese a rafforzare identità e culture locali, anche con la costituzione di cooperative di comunità e comunità energetiche. Tutti questi sforzi si scontrano, però, con la mancanza di servizi essenziali, quali presidi sanitari e scolastici, infrastrutture materiali e immateriali, e di una efficace mobilità verso i centri urbani. Sono in molti, infatti, a non poter raggiungere il posto di lavoro per la carenza di mezzi pubblici che collegano i grandi centri alle aree interne. Occorre una rinnovata presenza dello Stato, con il superamento dei numeri e dei modelli legati al mercato e al contenimento della spesa pubblica: ogni euro correttamente investito nelle aree interne produce ricchezza. La soluzione va ricercata in una fiscalità di vantaggio, in investimenti in infrastrutture materiali e immateriali e attraverso il potenziamento di servizi sanitari di prossimità, di una legislazione per le scuole di montagna e di una mobilità adeguata ai bisogni della popolazione ed alle caratteristiche del territorio.
In conclusione occorre una concreta Strategia per le piccole comunità di Montagna in grado di valorizzare il loro grande patrimonio di risorse, cultura e identità ovvero i custodi di tradizioni, comunità coese e potenzialità inespresse.

