La vicenda non è nuova alle aule di giustizia. Consorte, assistito inizialmente dall’avvocato Luca Presutti, ha già ottenuto due sentenze favorevoli dal TAR Abruzzo. I giudici amministrativi avevano ordinato al Ministero la consegna degli atti, ma la risposta è stata ritenuta inadeguata: al posto dei grafici analitici (gli spettri XRF), sarebbero stati inviati materiali non pertinenti e versioni contrastanti sulla reale disponibilità delle analisi.
Per superare questa impasse, era stata persino nominata un Commissario ad acta, la professoressa Valeria Acconcia dell’Università “G. d’Annunzio”, incaricata di recuperare la documentazione che gli uffici ministeriali sembrano non riuscire (o non volere) fornire.
L’azione legale è il naturale proseguimento del lavoro di indagine già avviato da Consorte con il film-inchiesta “Il guerriero mi pare strano”, nel quale venivano sollevati pesanti interrogativi sulla genesi del ritrovamento e sulle caratteristiche del reperto simbolo dell’Abruzzo.
Ora la parola passa alla magistratura penale. Assistito dall’avvocato Enrico De Pascale, Consorte chiede di fare luce su eventuali responsabilità relative all’occultamento di atti e sulla trasparenza amministrativa. Se i dati XRF non dovessero esistere o risultassero difformi da quanto atteso, si aprirebbe un caso senza precedenti nella storia dell’archeologia italiana: il simbolo di un’intera regione potrebbe vedere messa in discussione la sua millenaria identità.
