Si discute di sportelli bancari che vengono chiusi nelle realtà montane. Si aprono tavoli, si rilasciano dichiarazioni, si invocano soluzioni. Ma davvero questa sarebbe l’emergenza delle aree interne montane?
Perché mentre ci si accalora sugli sportelli delle banche, nei nostri territori chiudono le scuole, spariscono gli uffici postali, cresce lo spopolamento. Nei paesi turistici spesso non ci sono guardie mediche. Il servizio di emergenza 118 non è garantito 24 ore su 24. Nei comuni montani manca il pediatra, manca il medico di base. E quando un diritto elementare come l’istruzione pubblica non è assicurato, siamo davanti a una violazione che tocca direttamente la Costituzione. Ma importa a qualcuno?
Di questo dovremmo parlare.
Dovremmo parlare dell’abbattimento dei costi energetici che non arriva, delle tasse, mentre famiglie e imprese arrancano. Di trasporti pubblici semplicemente impresentabili, che isolano ulteriormente comunità già fragili, di una mobilità che spesso risale alla fine dell’ottocento. Dovremmo parlare della chiusura di strutture fondamentali come la RSA di Villalago qualepresidio sanitario montano che viene smantellato nell’indifferenza sia a destra che a sinistra come se il problema non li riguardasse.
E mentre i servizi scompaiono, la politica che fa? Si attorciglia in discussioni infinite su quale sia il territorio da considerare “montano”. Si dibatte, si rinvia, si ridefinisce. Eppure basterebbe un vocabolario della lingua italiana per comprendere la differenza tra collina e montagna. Se non si è nemmeno in grado di stabilire con chiarezza cosa sia la montagna, allora non la si chiami “legge sulla montagna”. Le parole hanno un peso, soprattutto quando determinano risorse, diritti, priorità.
Perché qui non è in gioco una definizione geografica, ma la sopravvivenza di comunità montane intere.
Le aree montane non chiedono privilegi. Chiedono diritti. Chiedono di non essere trattate come territori residuali, buoni solo per le cartoline estive o per le statistiche sullo spopolamento. Senza scuola, senza sanità, la sede della ex Comunità montana Pelignatrasformata come se nulla fosse in sala lettura,perchèsenza servizi essenziali, non c’è futuro. Non c’è attrattività turistica che tenga. Non c’è rilancio economico possibile.
È questo che qualcuno dovrebbe far presente a Bussone, Presidente nazionale Uncem, al Presidente regionale Uncem Berardinetti, al Vice Presidente naz. UncemFascaini all’Ass. reg. Santangelo. Che la vera emergenza non è lo sportello bancario sotto casa, ma la desertificazione dei servizi pubblici. Che la montagna non può essere raccontata solo quando brucia o quando nevica, ma va governata ogni giorno, garantendo ciò che altrove è dato per scontato.
Perché quando chiude una scuola, un presidio sanitario oun negozio di generi alimentari, non si perde soltanto un servizio: si spegne un pezzo di comunità.
E allora sì, parliamone. Ma parliamo delle priorità.
